14/01/2020 10:10

BLINDARE JURIC
IMPERATIVO DI SETTI

Ho già le mani alla fondina. Metaforicamente, s'intende. Vado ai matti perché so che qualcuno è già pronto a chiamarlo “Ivan Il Terribile”. Per carità. A parte l'espressione orribilmente abusata, Ivan - dice chi gli è amico - è tutt'altro. Sanguigno, certo, ma non quel tipo da urlacci o porte spaccate, come vorrebbe lo stereotipo (perché poi?) di chi pensa al popolo balcanico senza conoscerlo. Juric è personalità complessa, profonda, anche contraddittoria. Che non si può ridurre a un cliché. Schivo ma non chiuso, Juric anzi è brillante, determinato, carismatico. Ma è anche ciò che non penseresti mai: dolce e riflessivo. Eppure anche emotivo, dicono a Genova. A tratti malinconico. “Siccome siamo creature, siamo contraddizione” sosteneva la scrittrice francese Simone Weil. Ivan il Sensibile, al limite, altroché Terribile.

L'uomo è intellettualmente impegnato, che si parli di politica e storia (in particolare quelle dell'ex Jugoslavia, della sua Croazia e del post Tito), di musica o letteratura. Ivan il Sensibile ama scavare dentro di sé e guardare al mondo: ha letto Dostoevskij e Tolstoj e ascolta il metal, soprattutto nella sua declinazione death, dark, quella dai suoni oscuri e striscianti.

Juric è stato una bandiera del Genoa, è già un riferimento al Verona. I tifosi lo adorano, sebbene lui non si sia mai eretto a capo-popolo, tutt'altro. Non succederà mai, non appartiene alla sua cultura un po' anarcoide, totalmente distante dalle tentazioni plebiscitarie. Juric allena e si fa i fatti suoi, non si mischia, non frequenta giornalisti e tifosi, non lecca e non ama le ruffianerie - a volte pare addirittura sorpreso da certe (non) domande troppo tenui che gli vengono poste. Juric, insomma, mette le giuste distanze che lui ritiene necessarie al suo ruolo. In questo ricorda tanto Bagnoli e poco Prandelli o Mandorlini, che per attitudine e carattere avevano un altro approccio. Anche nel gioco (pur nella differenza di epoche) ricorda il miglior Osvaldo, quello del 1982-83 e 1984-85: velocità, verticalità e fantasia nel dar pochi punti di riferimento agli avversari.

Inutile girarci intorno: Setti dovrebbe tenerselo stretto Juric. Il quale, com'è solito fare, ha già messo le cose in chiaro delineando il futuro: “Se esce dieci deve entrare otto” ha detto. Insomma i soldi che si ricaveranno dalle cessioni eccellenti devono essere (in gran parte) reinvestiti per costruire una squadra che sappia dire la sua. Ecco, Setti per convincere Ivan a restare deve partire da questo assunto. E' il nodo gordiano. Credo che sul resto (ingaggio, anni di contratto) invece sia più facile mettersi d'accordo. Mentre non sono convinto che Setti potrà giocare la carta della riconoscenza. Non perché Juric non ce l'abbia, ma perché nel calcio (e nel lavoro in generale) non si parte mai dai sentimenti, o dal passato, per costruire il futuro. Lo ha dimostrato lo stesso Setti con Aglietti.

Poi, certo, va capito anche cosa vorrà fare davvero Juric. E' l'allenatore del momento e presumibilmente lo sarà della stagione. E' probabile che ci sarà la fila per lui. Tanti club quotati (e più ricchi) tenteranno il rilancio, nell'estate del 2020 si prospetta un valzer sulle panchine di Fiorentina, Torino, Napoli e Milan. E la stessa Atalanta, dovesse perdere Gasperini, potrebbe pensare al suo successore più naturale. E pure la Lazio potrebbe non avere più Inzaghi.

Certi treni, si sa, non passano sempre, penserà Juric. Ma anche certi allenatori non li trovi sotto casa, deve pensare Setti. La partita è tutta qui. La prima mossa spetta al patron. E va fatta in fretta. Occorre giocare d'anticipo.

FRANCESCO BARANA