23/07/2017 14:00

BARANA INTERVISTA
ROBERTO PULIERO

Il suo leggendario Reteee gli è rimasto lì, sul gozzo: “Forse qualcuno nel Verona non mi vuole. Non ne ho mai capito i motivi, questo mi rattrista molto, perché pensavo avrei fatto le radiocronache per tutta la vita”.

Roberto Puliero - 71 anni, attore e autore teatrale, satirico e umoristico, insegnante in pensione di Lettere (“specializzato in greco” sottolinea), giornalista - è un uomo che, per dirla alla Giorgio Gaber, “ha coniugato l'alto con il basso”, la cultura, l'insegnamento e il teatro con il calcio, contaminandosi con quello che gli intellettuali generalmente snobbano. Una scelta coraggiosa nel suo ambiente, dove perdere credibilità e autorevolezza è un attimo: “E' vero, il rischio c'è stato, qualche teatrante invidioso diceva che riempivo i teatri solo perché “il Verona ha vinto lo scudetto”, mentre qualcuno che voleva scritturare la compagnia chiedeva “ma è quella di quel Puliero che fa el paiasso?”. Ma ricordo che un attore e un grande intellettuale come Carmelo Bene andava al Processo del Lunedì e si arrabbiava pure”.

Puliero è stato per i veronesi soprattutto il radiocronista del Verona dal 1977 al 2013 e - pur se con limitati collegamenti - nel 2015-16: “Quest'anno pensavo che sarei tornato integralmente, l'esclusione è stata una batosta, ero talmente dispiaciuto che per tanto tempo non sono andato allo stadio”. La voce di Puliero è nella storia del Verona: “Non ho mai saltato una partita, tranne una quando è morto mio suocero. Ho fatto delle maratone incredibili, capitava che in teatro finissi alle due di notte, alle 4 prendevo l'aereo per una trasferta e alla sera della domenica ero di nuovo in scena. Più di una volta invece mi sono recato al Bentegodi con il costume dello spettacolo sotto il paltò”.


Il teatro, il tuo amore assoluto...

Sì, la mia scelta di vita, la cosa più importante. Ho cominciato da piccolo nei teatri parrocchiali, ero un bambino cicciottello e con i boccoli biondi, così le varie compagnie, prima quelle piccole e poi quelle più importanti, mi chiamavano sempre. Finché nel '69 ho fondato la Barcaccia, tra due anni festeggiamo i 50 di attività. Il mio è un teatro popolare, divertente o drammatico che sia, di chiara lettura e ampio respiro spettacolare. Amo coinvolgere la gente, per questo ho fatto diversi adattamenti anche di testi importanti. Se oggi il teatro è meno conosciuto è colpa dei teatranti che fanno delle cose pallose, difficili. Prendi la tragedia greca, la puoi leggere, la puoi studiare, ma non proporla a teatro. Ho un debole per Goldoni, questo è anche molto pericoloso.


Perché?

Ci sono molte compagnie di attori modesti che dicono “femo Goldoni perché el fa ridar, perché è in dialetto”. Lo conoscono superficialmente, Goldoni è un grande autore universale, rappresentato in tutto il mondo. Il rischio così è di declassarlo a folclorismo e io odio il dialetto come folclore, come comunicazione rozza, mi è sempre piaciuto portare in teatro il dialetto alto, quello del Ruzante. Il mio intento è far conoscere Goldoni per quello che è e per farlo tagliuzzo molto, anche intere scene, ma il miglior modo per esser fedeli a un classico è non essergli fedele del tutto. So che lui sarebbe contento, mi direbbe bravo, ai miei attori dico che io con Carlo ci parlo.


Com'era invece il professor Puliero?

Amavo insegnare, consideravo i miei allievi come dei fratellini. Quell'esperienza mi è servita molto anche per la mia attività teatrale, ho imparato a comunicare con il pubblico. Da quei tempi mi porto anche un difetto: a volte forse sono troppo didattico.


Ti pesava la popolarità a scuola?

No, semmai ho sempre apprezzato la sincerità dei ragazzi. Alla domenica sera guardavano le mie gag in tv e se non erano piaciute al lunedì me lo dicevano.


In tv hai portato la tua vena umoristica...

Sono stato tra i primi a scherzare sul calcio e i suoi personaggi; sino ad allora del calcio si parlava con la stessa seriosità di una lezione universitaria e proporre certe gag era innovativo. Ho anticipato 'Mai dire Gol'.


Elvis Ciurla e Gennaro Caputon, come sono nati?

Erano personaggi presi terribilmente dalla realtà (Puliero ride, ndr). Elvis Ciurla tifoso della curva era un po' ognuno di noi, un po' violento e un po' bambino. Per Gennaro Caputon veronese teron mi ispirai al segretario di una scuola media nella quale insegnavo che con cadenza meridionale mi diceva “Puliero ostrega...”.


E veniamo alle radiocronache...

Fine anni '70, stavano nascendo le prime radio, collaboravo con Radio Adige, conducevo dei giochi e recitavo delle poesie in dialetto. La radio aveva sperimentato le prime radiocronache con Paolo Priante, che io prendevo in giro per la dizione; poi Priante fu assunto a Il Giornale di Vicenza e il direttore si affidò a me. Accettai perché sono appassionato di calcio, ci ho giocato - male - fino a 50 anni e in quelle vesti ho conosciuto Romano Mattè che ci riempiva la testa con la tattica. Mi piace capire la tattica, vedere le disposizioni, capire i cambi. La prima radiocronaca in assoluto fu un Verona-Vicenza, 11 settembre 1977, finì 0-0, era il Vicenza di Paolo Rossi; la prima trasferta un Fiorentina-Verona, 15 giorni dopo, tra l'altro vincemmo 2-1 con gol di Mascetti e Busatta.

Trasmettevi in mezzo al pubblico...

Sì in trasferta mi mettevo nello scalino più alto, tra i tifosi di casa. Un radioamatore, Giovanni Martinelli, aveva studiato uno stratagemma meraviglioso; tra radioamatori si conoscevano tutti, lui contattava il radioamatore della città ospitante, che poi avrei trovato allo stadio, io arrivavo con il mio baracchino e il radioamatore di turno in contatto con Radio Adige mi dava il via e io cominciavo a parlare senza ritorno dallo studio e dunque senza sapere se da casa mi sentivano. Eravamo pionieri, in certi campi del sud capitava anche che fossimo gli unici presenti tra i media, l'unica fonte. Eravamo fuorilegge, ci cacciavano dagli stadi, una volta volevano farmi arrestare.


Addirittura!

Sì a Pisa, il mitico Romeo Anconetani. Ma è a Belgrado che me la sono vista davvero brutta, mi circondarono e cominciarono a spingermi, per fortuna Germano Mosconi e Adalberto Scemma, nonostante fossi grande e grosso, riuscirono, non so come, a sollevarmi e a portarmi in tribuna stampa, ma la polizia slava mi proibì di proseguire la telecronaca perché, testuale, “disturbavo la quiete pubblica”. Allora non c'erano telefonini e mia moglie non sentendomi si preoccupò, solo all'aeroporto riuscii a contattarla per dirle che ero vivo.


Hai dato un'inconfondibile cifra stilistica alle tue radiocronache...

Sì erano radiocronache spettacolo, obiettive il più possibile, ma ironiche. Da casa sembrava urlassi, in realtà usavo le mie tecniche teatrali e chi mi era vicino allo stadio quasi non mi sentiva. Uno dei complimenti più belli che ricevevo era di qualche vecchietta o di qualche signora che mi diceva “non capisso niente de balon ma me godo stesso”. Essere attore mi ha aiutato.


Non facevi invece le interviste post partita. Perché?

Merito di Bagnoli, stagione 81-82, la sua prima a Verona. Andammo sul neutro di Latina per affrontare la Cavese, eravamo strafavoriti, quell'anno avevamo una bella squadra e centrammo infatti la promozione. Eppure quella domenica perdemmo e io scesi negli spogliatoi e chiesi a Bagnoli il perché. Lui mi rispose: “Loro hanno fatto due gol e noi solo uno”. Pensai “che cavolo ci faccio qui?”. Smisi.


Ripudio per la banalità?

Ti racconto questa: anni prima di quell'episodio studiavo all'università e per guadagnare qualche soldo aiutavo mio fratello Renzo che lavorava a Il Gazzettino. Capitai a vedere l'Audace al Bentegodi che perse per un rigore. A fine partita volevo raccogliere dichiarazioni sul rigore. Luigi Bertoldi (grande giornalista, ndr), che mi aveva chiesto un passaggio in macchina, mi disse “fatica inutile, quelli dell'Audace ti diranno che non c'era, gli altri che era sacrosanto, scrivi così”. Era vero, spesso le dichiarazioni lasciano il tempo che trovano.

Ripensi allo scudetto e...

Sembrava di vivere un sogno. La radio si stava sviluppando, avevo cominciato con la tv e contemporaneamente il Verona stava diventando la squadra più forte d'Italia. Ancora oggi mi chiedo se è tutto vero. Aggiungici che radio Adige in quel periodo aveva la sede in piazza Bra e trovò l'espediente di mettere gli altoparlanti mussoliniani, molti si radunavano sotto. Ero in un momento di popolarità clamorosa.

Perché come attore non hai fatto il grande salto a livello nazionale?

Ho fatto dei film come caratterista, con i Gatti di Vicolo Miracoli e poi con Jerry Calà, ma mi venne chiesto di trasferirmi a Roma. Rifiutai.


Il più grande calciatore del Verona?

Elkjaer, ma io ho sempre avuto un debole per i giocatori tecnici, perché vedevo in loro quello che io non ero stato. Dirceu e Vignola mi hanno illuminato.


Bagnoli per te?

Un grandissimo, un genio della tattica, già negli anni '80 faceva la difesa a tre. Non faceva grandi discorsi collettivi, ma parlava tantissimo con i singoli giocatori, dai quali era abile a ottenere il massimo; ricordo che nel '90 quasi ci salvava con Favero, Gutiérrez e Sotomayor. Infatti quasi tutti i suoi ragazzi lo ricordano con affetto, anche quelli dell'Inter, in particolare Zenga e Bergomi.


Dopo di lui chi?

Prandelli, che ha fatto cose egregie. Poi a pari merito Liedholm. Valcareggi e Mandorlini. Mandorlini mi ricordava Mourinho, non un drago della tattica, ma la sua squadra aveva un anima. Mi è sempre piaciuto Malesani, con il Verona non ha fatto grandi cose, ma è stato un innovatore, il suo Chievo si muoveva come un corpo di ballo.


Torneremo a sentirti con le radiocronache?

Alle attuali condizioni mi sembra difficile.


Incontratevi, chiaritevi...

Non so, vedo che chi c'è adesso non conosce la nostra storia. Probabilmente sono stato individuato come un rompiscatole, ma io nell'esprimere dei giudizi ho sempre premesso che potevo sbagliarmi, non ho mai sparato delle sentenze. Certo adopero molto l'ironia, che a volte sfocia nel sarcasmo e forse qualcuno ha riferito male a chi di dovere certe cose, perché io sono sempre stato rispettoso.


Cosa vuoi dire ai tifosi?

Che il Verona è una fede, noi ci saremo sempre.

FRANCESCO BARANA